E’ necessario cogliere il significato di questo risultato elettorale ed evitare pericolose strumentalizzazioni e forzature.

 

Il voto dei cittadini lombardi e, soprattutto dei veneti ai referendum consultivi di domenica scorsa chiama alla responsabilità dei presidenti delle rispettive regioni, del governo e del Parlamento. Come ha efficacemente sottolineato il segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, nessuno può permettersi di ignorare o anche solo di sottovalutare il messaggio che esce dalle urne. Se, come successo in Veneto, quasi duecentomila cittadini in più di quelli che complessivamente votarono per le regionali del 2015, decide di approvare la richiesta di maggiori forme di autonomia, probabilmente è il segno di un rapporto contrastato con lo Stato. Una relazione complicata, si direbbe oggi, quella dei veneti con lo stato, le cui radici vanno ricercate all’inizio dell’età unitaria e che ha assunto, in alcune fasi, i contorni dello scontro.

Per quasi un secolo, dopo i plebisciti del 1866, il Veneto è stata una regione poverissima, essenzialmente rurale e luogo da cui fuggire, non certo terra promessa. Come in molte regioni del sud, anche in Veneto lo stato unitario era percepito come gabelliere, il soggetto che impone regole burocratiche, freni e tasse, non opportunità di sviluppo. Da qui, come dal mezzogiorno italiano sono partite migrazioni massicce verso l’Australia, il l’America Latina, gli Stati Uniti, fino l’Europa centrale nel secondo dopoguerra.

Gli anni del boom economico, la catastrofe del Vajont e una incredibile capacità di far fruttare il proprio lavoro hanno, dagli anni Sessanta in poi, radicalmente trasformato questa regione, dal punto di vista economico sicuramente, in parte sociale, poco nell’aspetto culturale e politico. Il benessere, maturato nei decenni successivi, ha visto fare progressi impensabili al Veneto fino ad arrivare, al volgere del millennio ad essere indicata insieme con la Lombardia come l’area trainante dell’economia nazionale. La crescita, tuttavia, non è stata accompagnata da uno sviluppo e da un’evoluzione nel rapporto con lo stato centrale. Le richieste di autonomia, che possiamo facilmente riassumere in domanda di maggiore efficienza, minori sprechi, più equità fiscale, riduzione di una burocrazia percepita come avversaria se non addirittura nemica di chi fa impresa, non hanno trovato interlocutori pronti, affidabili e credibili nel potere politico centrale. Non sorprende che un movimento originariamente secessionista come la Liga Veneta abbia sostituito in toto e nell’arco di pochissimi anni la Democrazia cristiana nel ruolo di intermediazione politica tra il territorio e lo stato centrale.

Non è stato sufficiente il movimento dei sindaci del Nordest, che pure aveva elaborato un articolato e raffinato pensiero federalista, a contrastare le spinte autonomiste dei veneti, soprattutto perché le risposte date sono spesso state parziali e non risolutive. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione che il centrosinistra ha voluto e approvato, ha aperto sì al regionalismo e a forme di federalismo, ma la leva delle politiche regionali rimane la finanza derivata. Le Regioni cioè, utilizzano in grandissima parte le risorse raccolte a livello centrale che, tuttavia provengono in massima parte dalle regioni con residuo fiscale attivo. In primis la Lombardia, ma anche Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Piemonte, Puglia e, a seconda degli anni, Toscana e Marche.

In Veneto, ad aumentare i contrasti è stato anche lo sviluppo dei progetti autonomisti delle province di Trento e Bolzano e del Friuli Venezia Giulia. Progetti, soprattutto quelli di Trento e Bolzano che hanno di fatto consentito a quella montagna di salvarsi mettendo a disposizione strumenti di contrasto allo spopolamento, cosa che in Friuli non è accaduta.

Se le città e le grandi aree urbanizzate riescono a rimanere competitive per la loro efficienza e per la presenza di soggetti qualificati – ad esempio le università, nel contesto della globalizzazione le zone marginali vedono erodersi anno dopo anno il benessere conquistato con grande fatica: lo spopolamento a causa della mancanza di opportunità genera un circolo vizioso, per cui diminuiscono i servizi, la popolazione invecchia e i costi del welfare aumentano a tutti i livelli, da quello comunale all’assistenza sanitaria. E’ una situazione a macchia di leopardo che colpisce in Piemonte la zona del Verbano, in Lombardia le valli bresciane e Sondrio, in Veneto l’altopiano di Asiago, la Lessinia e il Veneto Orientale ai confini con il Friuli. Ci sono realtà che rischiano addirittura di disgregarsi, come la Provincia di Belluno dove in soli dieci anni 18 comuni hanno chiesto di lasciare il Veneto e di aggregarsi ad altra regione.

Per questo è necessario cogliere il significato di questo risultato elettorale ed evitare pericolose strumentalizzazioni e forzature. L’autonomia è un percorso e un processo di lungo periodo, Zaia non può affrontarlo come uno spot elettorale. L’ultima cosa che i veneti vogliono è instabilità e incertezza, proprio ora che la ripresa economica sta riportando i valori di crescita ai livelli pre crisi. Un recente sondaggio della Fondazione Nordest su oltre 600 imprenditori riporta come oltre il 90 per cento siano favorevoli all’euro. Non c’è spazio per derive secessioniste, né per strappi al di fuori delle regole. Questo è il tempo della serietà. Zaia, come Maroni in Lombardia, ha il mandato popolare pieno per avviare una trattativa con lo stato e dimostrare che saprà gestire alcune delle materie previste dall’articolo 116 della costituzione, in modo più efficiente e più efficace rispetto allo Stato. Lo faccia subito, tenendo conto comunque che non è certo di un nuovo centralismo regionale ciò di cui hanno bisogno i veneti, quanto di forme di autonomia in grado di essere declinate nei singoli territori rispettandone la specificità. Conferma ne è che il giorno in cui Zaia chiedeva più autonomia a Roma, alcuni suoi territori (Belluno), chiedevano maggior autonomia anche da Venezia.

Il governo è pronto da anni a intavolare un confronto con tutte le regioni perché, sono convinto, è interesse reciproco non solo rispondere alle legittime richieste di autonomia dei cittadini, ma soprattutto aumentare il livello di efficienza ed equità fiscale del nostro Paese.

 

 

 

Scarica Democratica del 2017-10-27


Democratica > Opinioni >​  | 27 ottobre 2017 

 

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