Egregio direttore,

mi permetto di ritornare sul dibattito rispetto al futuro della nostra provincia.

Per qualcuno, tanti o pochi non ha importanza qui, c’è una sostanziale mancanza di visione rispetto al futuro, dell’Italia, del Veneto e della Provincia di Belluno nello specifico. Assumo questa critica e mi interrogo tuttavia di quanto potrebbe essere più agile ed efficace la nostra attività pubblica se fossimo stati sgravati da un’agenda ereditata intonsa dalle generazioni precedenti: è dalla caduta del muro di Berlino che viene sollecitata la riforma della Costituzione; già dalla fine degli anni Novanta si era capito che il nostro regionalismo non reggeva (e infatti dopo la riforma del 2001 la spesa pubblica delle Regioni è aumentata del 40 per cento e il contenzioso tra stato  e regioni è letteralmente schizzato alle stelle); ed è dall’inizio del decennio scorso che il divario tra territori di montagna governati con forme di autonomia e tutti gli altri ha mandato in corto circuito il sistema economico, turistico, politico e perfino sociale di questi ultimi. Nei 25 anni dal 1989 al 2014, alzi la mano chi ha visto attuare concretamente politiche per risolvere tali problemi e magari facciamo anche un computo dei loro effetti reali.

Forse mi sbaglio, ma a memoria il pragmatismo in Italia non ha mai goduto di buona salute. I salotti buoni della politica hanno sempre guardato al primo sistema filosofico elaborato autonomamente negli Stati uniti con forte sospetto. Prima la Guerra Fredda e il sistema dei blocchi, poi una contrapposizione al limite dell’ideologico ma priva delle strutture di un pensiero approfondito, hanno configurato l’agire politico in Italia come “altro”, “diverso”, “distante” rispetto al Paese reale: un sistema politico avviluppato e compiaciuto nei propri riti, preoccupato più della propria sopravvivenza che dell’effettiva efficacia delle proprie azioni.

Certo, non è sempre stato così, non lo è stato ovunque – le generalizzazioni sono sempre pericolose. Ma, come spiegare agli italiani che siamo arrivati penultimi in Europa a riconoscere i diritti delle coppie di fatto? E perché abbiamo atteso 9 anni di crescita piatta più quattro anni di recessione prima di mettere in moto le riforme istituzionali, del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione e della scuola della cui necessità sento parlare da un’ormai lontana adolescenza? Forse non sono le migliore riforme possibili in assoluto, ma questo governo ha avuto e ha il merito di aver intrapreso una strada in netta rottura con un recente passato caratterizzato da articolate elaborazioni, infinite mediazioni e pochissimi risultati concreti.

A livello locale, sarebbe sbagliato non attribuire a tutto il centrosinistra il riconoscimento pubblico della specificità bellunese e la conseguente ricerca di strumenti che ne garantiscano l’autonomia. Il dibattito pubblico regionale sul tema ha fatto enormi passi avanti, lo Statuto regionale è stato cambiato e una legge ne prevede l’attuazione. Ricordo però che la legge 25 rimane abbondantemente sotto finanziata, le funzioni e le competenze non sono ancora state trasferite alla Provincia di Belluno e i proventi del demanio idrico sono stati passati a Belluno una volta cessata la contrapposizione con la Regione. Allo stesso tempo l’invito a promuovere un referendum per il distacco dal Veneto, nel 2005, è chiaramente sfuggito di mano a tutti e oggi la disgregazione della nostra comunità è un fatto più vicino di quanto ciascuno di noi possa immaginare. Il Bellunese è più debole di allora, non più forte. Tuttavia, in un momento in cui tutti concordemente chiedevano l’abolizione delle Province, sempre il centrosinistra è riuscito in Parlamento a salvaguardare le tre province montane, tra cui Belluno, dentro la cosiddetta legge Delrio.

Il mio non è né un atto di accusa né un giudizio, rispetto ai fatti enunciati. Me ne dispiaccio, ma è la realtà della situazione ereditata e in questo contesto ci dobbiamo muovere, ci piaccia o meno.

Fare un esercizio per guardare la realtà per quello che è, credo possa aiutare ad affrontare i problemi e cercare soluzioni. Se finora, nonostante l’ampia produzione normativa, sul fronte dell’autonomia non sono stati fatti progressi significativi, forse i tempi e i rapporti con la Regione non sono maturi. Dobbiamo rinnovare gli sforzi perché la Regione finanzi pienamente la legge 25 e, finalmente, dopo 5 lustri di semi immobilismo, pratichi anche in Veneto le riforme concrete sul piano istituzionale ed economico. Sul piano istituzionale provinciale dobbiamo lavorare a forme innovative di governo che consentano agli enti locali di partecipare attivamente alla definizione del proprio futuro ma mantenendo un’ottica strategica di insieme. Queste condizioni si possono realizzare solo grazie a un sostegno finanziario adeguato e stabile.

Probabilmente, significa lavorare in modo diverso rispetto al passato perché, con tutto il dovuto rispetto, se le strade continuano a finire in vicoli ciechi, io cambio percorso.

In effetti, i percorsi che abbiamo scelto di intraprendere in questa breve esperienza di rappresentanti dei cittadini da un lato e rappresentanti di governo dall’altro, guardano altrove rispetto al passato, anche recente. Abbiamo deciso, infatti, di mettere in pratica, attualizzandoli, i vecchi programmi che il centrosinistra ha amato scrivere e presentare in pompa magna durante le campagne elettorali, ma non si è mai preoccupato di attuare: dalla riforma elettorale a quella della giustizia, dalla riforma della pubblica amministrazione alla riduzione della burocrazia. Per quanto riguarda il Bellunese, ricordo la riattivazione dei fondi per i comuni di confine, la specialità della Provincia scritta nella legge Delrio e ribadita nella Costituzione e i recenti impegni per elettrificare la ferrovia e realizzare l’anello delle Dolomiti e per costruire la dorsale della banda larga.

Lo ammetto, non stiamo parlando di visioni rivoluzionarie, né mi permetto di promettere cambiamenti epocali a cui certamente non assisteremo nel breve giro di un mandato elettorale. Resto convinto però che le persone, le imprese e le amministrazioni pubbliche bellunesi abbiano bisogno anche del sostegno dei Fondi di confine, rendendoli stabili e trasformandoli in uno strumento per lo sviluppo dell’intera Provincia, abbiano necessità di un sistema della mobilità che guardi all’insieme delle Dolomiti e sia collegato bene con la pianura e abbiano urgente fabbisogno di infrastrutture digitali. Questo è il pragmatismo di chi non se la sente di far passare inutilmente un’altra generazione di politici.

 

Con i più cordiali saluti

Roger De Menech

 

 

lettera corriere _ pragmatismo

* Corriere delle Alpi del 04.05.2016

 


Belluno, 3 maggio 2016