Con un tempismo che assume i contorni del colpo di genio, a due giorni dal referendum con cui la maggioranza degli italiani ha respinto il più ampio progetto riformatore dal secondo dopoguerra, il Consiglio regionale ha approvato una legge che indica i veneti come minoranza linguistica. Un provvedimento che solletica il desiderio di citare il commento di Fantozzi a proposito del film “La corazzata Kotiomkin”. Però, se i processi di riforma, pur ritenuti indispensabili per attrezzare il nostro Paese a interagire con un mondo sempre più piccolo, sono reversibili, è comprensibile la necessità politica di coltivare la piccola patria veneta. 

E’ chiaro che la questione del veneto, inteso come dialetto, è solo un oggetto preso a pretesto per esigere qualche finanziamento ad hoc a carico del contribuente italiano. Non è, di fatto una questione culturale perché, come ha spiegato efficacemente lo scrittore padovano Massimo Carlotto in una intervista a Repubblica, la lingua veneta è solo immaginata. Semplicemente non esiste, mentre esiste – e come se esiste – una miriade di dialetti veneti che cambiano ad ogni voltar di strada, che hanno assorbito e ricostruito migliaia di termini italiani. 

Forse, visto che la lingua veneta è un’invenzione politico-burocratica, il problema risiede nella necessità di definire un’identità precisa, diversa e separata dei veneti rispetto al resto delle popolazioni italiane. In questo la legge è efficace, e da oggi, tutti noi possiamo felicemente considerarci una minoranza. Faccio notare, per altro, che l’identità veneta è istituzionalmente coltivata dal 2003 (grazie alla legge regionale n. 3 del 14 gennaio 2003, articolo 22) e lautamente finanziata: nel solo periodo 2003-2014 il contribuente veneto ha messo qualcosa come 10 milioni 314 mila 800 euro per manifestazioni quali feste della befana, sagre di paese travestite da rievocazioni medievali, spettacoli di teatro dialettale, giornalini locali. Una enorme, quanto inutile mangiatoia in grado di coltivare succose clientele, ma del tutto inefficace a promuovere la “cultura veneta”, posto che ce ne sia una.

Indicare i veneti come minoranza linguistica da proteggere costituisce tuttavia un salto di qualità nella guerra fredda ingaggiata dalla classe dirigente politica regionale nei confronti dello stato. Tralascio i riferimenti storici al cosmopolitismo della Serenissima, chiunque abbia avuto il tempo di sfogliare un Bignami di storia o persino la pagina di wikipedia ha contezza che la forza mercantile e politica della Repubblica di Venezia si basava su un complesso sistema di relazioni declinato nel verso dell’apertura al mondo, non certo nella chiusura autoreferenziale. Dato che la posta in gioco non è la lingua, non è l’identità, ma un ormai lungo contenzioso tra stato e regione in materia economica e fiscale e che lingua e identità vengono utilizzate strumentalmente allora credo, da bellunese, sia tornato il tempo di rimarcare le differenze tra l’area dolomitica e la pianura veneta e degli enormi svantaggi economici a cui le popolazioni, gli amministratori e le imprese che insistono sul nostro territorio sono costretti a causa della totale assenza di autonomia concessa dalla Regione del Veneto, a dispetto di venti e più anni di proclami, annunci e leggi rimaste lettera morta. Così come credo legittimo a questo punto che pure il Polesine, l’Altopiano di Asiago, la Lessinia e la Laguna di Venezia alzino la propria voce verso un’amministrazione regionale abile a manipolare il consenso contro il governo nazionale, quando è retto dal centrosinistra, ma del tutto inadeguata a valorizzare le differenze di cui si compone. Se gli imbonitori di turno vogliono darci la patente di minoranza linguistica, noi vogliamo essere protagonisti nella scelta di quale lingua sia parte fondamentale della nostra identità e rimaniamo convinti che per far conoscere ed esportare il prosecco sia più utile conoscere inglese, cinese, russo e magari un (bel) po’ di codice html.

 


Padova, 9 Dicembre 2016